Cover art by Milton Glaser

Capitolo I: Cortile e Piazza

CAPITOLO 1
CORTILE E PIAZZA

29 Aprile 1945

Vista dall’alto sembrava una gigantesca capsula Petri colma di cellule brulicanti, pensò Sara Levy, che in piedi e senza fiato al limite del sentiero scuro guardava l’ammasso di corpi davanti ai suoi occhi. Si asciugò il sudore dalla fronte, trasalendo al suo stesso pensiero; era patetica, la sua mente era impazzita e scappava per tangenti senza senso. A volte, come in quel momento, si aggrappava a pensieri del tutto irrilevanti quando sentimenti di terrore la invadevano.  Ma era il suo modo di neutralizzare il panico, causato in questo momento dalla scena ossessionante davanti ai suoi occhi. Doveva prendere le distanze da questa scena, che si presentava come costruita sui tacchi della sua frenetica corsa solitaria attraverso le deserte strade assolate, quando non c’era niente e nessuno se non lei e la sua paura.

Chiaramente avrebbe dovuto aspettarsi la massa fremente, la densa marea di corpi. Ma non riusciva mai a ragionare nella giusta maniera quando c’era di mezzo il panico. Si impossessava di lei completamente, e lei si arrendeva senza lottare. Inoltre, altri pensieri, più importanti, avevano affollato la sua mente nel momento in cui aveva ascoltato le notizie due ore prima, e era perfettamente normale. Perché avrebbe dovuto, e soprattutto come avrebbe potuto, pensare a nient’altro se non a lui? Il trambusto, gli uomini, donne e bambini, corpi di tutte le forme e le misure che pullulavano, gomito a gomito, sotto il sole cocente…e allora?

D’altra parte, come aveva mai potuto immaginare di trovarlo qui? Non aveva pensato fino a che non era arrivata, il viso di lui era stato la guida nella sua mente, puro istinto l’aveva spinta avanti. Ora considerava la prossima mossa impossibile. Trovare un viso-un uomo… Come? Fremette a causa di un brivido improvviso dovuto tanto alla fredda zona d’ombra in cui si trovava con indosso un prendisole a margherite inzuppato di sudore quanto al suo stato mentale di sconforto. Sentì che avrebbe presto pianto, e abbassò il capo.

“Signorina?” Era una rauca voce anziana seguita da un tocco gentile di qualcosa di ruvido sul suo avambraccio. Aprì gli occhi. La mano era rugosa, con unghie sudice e nocche scure. Guardò all’insù. Era un piccolo uomo, quasi nano, alto a malapena quanto lei, il viso era molto vecchio e segnato da rughe sottili e profonde. Indossava una logora giacca dell’esercito costellata di medaglie, e penzolando da una spallina sfilacciata intorno al suo collo c’era una concertina che si spostava ad ogni suo respiro, le medaglie sparpagliate sul risvolto.

“Sta bene, signorina?”

Sara indietreggiò al tanfo di sudore stantio e vino acido. I suoi occhi erano vitrei e iniettati di sangue, i capelli brizzolati unti tirati all’insù, appuntiti, da una sporca bandana intorno alle sue tempie. Stava barcollando pericolosamente, inoltre, su una gamba di legno che emergeva dal ginocchio sinistro dei suoi pantaloni alla zuava mentre tentava di bilanciare la gamba buona sui ciottoli.

“Signorina?” ripeté.

“Sto bene.” Si sfregò le sue guance rigate di lacrime. A un certo punto aveva sentito la musica stridula della concertina mentre abbandonava il sentiero e entrava nella piazza. Stava suonando il Va Pensiero. O mia patria, sì bella, e perduta…

“Non mi sembra affatto che stia bene,” disse. “Bella, si, certamente. Graziosa, con i suoi capelli rossi tutti ricci e increspati, ma è bianca come un fantasma sotto quelle lentiggini. E triste! Non è venuta per festeggiare con tutti noi?”

Si era formato un gruppetto sparso intorno a loro. Sara disse “Sono…sono venuta a vedere…”

“LAGGIÙ!” urlò lui, allungando un pollice sopra la spalla verso la piazza alle sue spalle. Di riflesso, Sara si alzò sulle punte dei piedi. In quello che sembrava il centro della piazza, il fulcro, c’erano delle grosse masse scure informi che penzolavano da travi come tanti prosciutti messi a asciugare in una dispensa. “Ce li hanno portati questa mattina,” sbraitò il vecchio soldato. “Prima dell’alba. Diciassette. Tutti fascisti, tutti morti stecchiti.”

“Razzisti della miglior specie,” cinguettò una grassa signora dal viso rosso che aveva infilato la testa tra loro due. “Morti stecchiti,” schiamazzò.

Le cellule maligne al centro del vetrino da microscopio, pensò Sara follemente.

“Ne hanno appesi solo sette sopra la stazione di servizio,” disse l’anziano veterano. “I piedi per primi. Gli altri dieci non entravano sulla ringhiera.”

“Non erano abbastanza importanti,” disse la donna. “Sono rimasti impilati morti lì per terra.”

“Ce ne sono alcuni vivi seduti sul muro dietro a quelli che hanno impiccato,” disse il veterano, “ma da qui non li puoi vedere.”

“I nostri eroi, quelli vivi,” disse la donna. “I partigiani-quelli che hanno ucciso i fascisti e li hanno portati qui, si stanno riposando, che Dio li benedica!”

Interrompendo la precaria attenzione, il veterano fece il saluto. “Viva i partigiani!”

Partigiani.

Lui sarebbe stato con loro. Nel centro, alla stazione. Non soltanto era un partigiano, era meglio di un partigiano, era un americano, un agente segreto, inviato per aiutare i partigiani, per fare niente meno che assicurarsi che Mussolini, il Duce in persona, fosse preso vivo per gli alleati. Quella era la sua vera missione; glielo aveva detto lui stesso nemmeno tre notti prima quando erano stati insieme per l’ultima volta, e le aveva detto la verità perché l’amava, perché di lei si fidava, e il fatto che il Duce ora era morto, e penzolava là in distanza, poteva ancora essere solo un particolare e non un segno di un qualche fallimento o di…

Il punto era che i partigiani avevano vinto. La guerra era finita, e la migliore possibilità di trovarlo in questo trambusto era raggiungere la stazione di servizio dove i partigiani vivi erano seduti su un muro sotto i corpi ciondolanti.

“Vai a dare un’occhiata!” la esortò l’anziano veterano, “Ti assicuro che è uno spettacolo! Non capita tutti i giorni che…”

Ma lei già si stava incamminando verso la stazione di servizio.
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Aveva fatto come lui le aveva chiesto. Per la prima volta dopo tre giorni che se n’era andato-tre giorni d’assidua pioggia battente-era rimasta nell’appartamento. Ma questa mattina la luce del sole era così luminosa, così promettente. E non era venuta meno a nessuna promessa uscendo sul pianerottolo di buon’ora a stendere della biancheria--un pretesto, certo, per stare fuori rivolta ai cancelli completamente aperti della rimessa che si trovavano proprio lì di fronte, e per aspettare che lui arrivasse camminando a grandi passi nel cortile sano e salvo. E così un perfetto inizio per quella che avrebbe dovuto essere una mattinata perfetta: Milano impreziosita da una luce brillante dopo le tempeste e coperta da una luminescente, seppur un poco lugubre, quiete: nessun altoparlante opprimeva la popolazione con quel pesante italiano dalla cadenza tedesca, nessuna sirena. Solo silenzio e speranza. Nel cortile in basso la portinaia spazzava il cemento accanto ai cancelli aperti e il suo gatto sonnecchiava in una chiazza di tiepido sole. Giù nel pianerottolo c’era la grassa e impicciona signora Meanzi, seduta con il rammendo sul grembo e dietro la Meanzi la giovanissima signora Fiala, con il suo neonato addormentato in grembo.

E poi tutto cambiò quando i ragazzi Turani, gli alunni del palazzo a cui a volte faceva lezione, arrivarono sbandando nel cortile gridando a squarciagola.

“È morto il Duce! Mussolini è morto, correte tutti a vederlo! A piazzale Loretooooo…”, urlarono più volte, “A piazzale Loreto, correte, correte, Mussolini è morto,” danzando e saltellando sul posto come dervisci fino a che, con un fulmineo dietro-front, corsero fuori dal cancello e tornarono in strada, inseguiti dalla signora Grimaldi, con la scopa in mano. Il piccolo della signora Fiala stava strillando, mentre il gatto dalla folta coda si arrampicava in cerca di riparo, e in quell’attimo Sara si rese conto che era successo qualcosa di terribile e irrevocabile—qualcosa che vanificava tutto ciò che lui le aveva ordinato tre notti prima. Paralizzata, con le mani strette alla ringhiera del balcone mentre fissava i cancelli aperti della rimessa, sapeva con certezza una cosa: sapeva di non poter mantenere la promessa che gli aveva fatto. Doveva andare a Piazzale Loreto.
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La folla nuotava dal centro verso l’esterno, il suo avanzare era quindi una sorta di tarantella tentennante, un passo indietro ogni due in avanti. “Scusi, permesso; scusi, permesso,” era la cantilena mentre sfiorava teste di bambini e si faceva largo tra schiene, avanzando sotto il sole rovente. I corpi accaldati si accalcavano contro il suo con tale aderenza che la sua mente decise di estraniarsi e tornare all’ossessionante scena che aveva visto prima dall’alto: il gigantesco vetrino da microscopio pieno fino all’orlo con brulicanti cellule sane che si dimenavano a caso, fluendo e rifluendo verso e via dal cancro al centro-la stazione di rifornimento dove sette busti insanguinati, le gambe unite da corde spesse, erano stati legati per le caviglie giù dalle travi d’acciaio sopra le pompe di benzina.

Fin da quando era bambina detestava le folle. Era un’isolana e perlopiù figlia unica, che quindi richiedeva nient’altro che l’amore dei suoi anziani genitori che stravedevano per lei. Si, aveva avuto degli amici. Ma non aveva mai invidiato chi aveva fratelli e sorelle, né desiderato una cricca di amici. A differenza della maggior parte dei bambini, non le piacevano neanche le sagre di paese. Era la figlia dell’erudito professore che amava la sua solitudine e neanche la guerra l’aveva cambiata, neanche questa festa nazionale senza una nazione, questa fiera di strada senza venditori ambulanti.

Era ormai a metà strada verso la stazione. La fronte e il capo erano fradici di sudore e lei era intontita, e quando strizzò gli occhi come per trasmettere al suo corpo la forza di andare avanti, vide degli sprazzi luminosi rossi e verdi sotto le palpebre, e non fu rassicurata nemmeno quando aprì gli occhi e gli stessi sprazzi luminosi persistevano—fino a che non capì che i colori erano il tema del giorno: disordinati pezzi di rosso, bianco e verde affioravano dal mare di teste, cartelli colorati che incitavano “Viva l’Italia” e “Libertà”, piccole bandiere sventolavano da balconi e davanzali, tricolori spuntavano dagli occhielli delle giacche, bandierine rigide impugnate da bambini appollaiati sulle spalle dei loro papà. Poi, schivando un gruppo di suore che trascinavano i piedi, si trovò di fronte a un’inaspettata apertura nella calca attraverso la quale la stazione di servizio era in piena vista.

A terra, la stazione era circondata da macchie scure. Erano i camion, inzaccherati e coperti dai teloni sui quali erano stati trasportati i cadaveri. Premendo la mano contro il girovita fradicio, Sara lottò per reprimere un attacco di nausea e andò avanti. Oltrepassò due carabinieri baffuti che svettavano sulla mischia, regali come le loro spade, e udì un tipo più anziano con l’aria da professore con degli occhiali dalla montatura in metallo che li tartassava dicendo: “…peggio di Piazza della Signoria quando bruciarono Savonarola! Peggio del foro dopo l’omicidio di Giulio Cesare! Barbari!” Nella sua mente lei continuava a sentire il ritornello: O mia patria, sì bella e perduta; e immagini di campagne, soldati, uomini anziani, professori, bandiere, e microcosmi di nazioni la tormentarono mentre avanzava finché non si rese conto di essere quasi al centro, e una parte di lei si ricordò di quello che aveva portato con sé.

Toccò la tasca laterale del suo prendisole e sentì la carta lì al sicuro sotto il cotone. Era una foto. L’aveva ripescata qualche ora prima dalla fodera della valigia che teneva sopra l’armadio nella sua stanza. L’altro oggetto nella tasca, una piccola spilla, quasi le punse l’indice quando la strinse. Ma toccare i suoi talismani le diede nuovo coraggio. Attraverso gli occhi doloranti, scorse otto o dieci frati cappuccini che alzavano le loro teste mentre camminavano trascinando i piedi, lo sguardo fisso e imbambolato, al di là della carneficina, facendosi il segno della croce con tanta fretta che le ampie maniche dei loro sai scuri sbatterono come ali di corvo. Infine, solo tre o quattro uomini con la bandana rossa, che stavano appioppando i loro volantini propagandistici, si frapponevano tra lei e i larghi veicoli. Si insinuò tra di loro.

Finalmente era ai camion, e dalle fessure tra questi riusciva a vedere chiaramente la stazione.

La gente lanciava spazzatura ai cadaveri penzolanti. Allegramente. Come se fosse carnevale e stessero tirando per vincere un orsetto di pezza o un bambolotto.

Entrò nel cerchio interno e fluttuò attraversoi camion, evitando di proposito di guardare su ai cadaveri ciondolanti o alla pila di corpi senza vita sui ciottoli. Camminò intorno e ancora intorno ai camion, stringendo il cerchio, schivando quelli che scagliavano la spazzatura. Che spasso che era la gente, pensò con la testa che le girava, due decadi di tradimenti per mano del duce, eppure erano ben educati quasi quanto alla nascita del fascismo. Tutto ciò che volevano, sembrava, era un faccia a faccia con il leader defunto per poi rientrare nella massa più ampia che fluiva, e rifluiva, e aumentava, e festeggiava, e generalmente ignorava la putrefazione presente nel cuore della nazione.

Quando finì di controllare i vivi immediatamente visibili—quelli intorno a lei e i partigiani seduti sul muro—si focalizzò sull’eterogeneo esercito civile che strisciava qua e là, in mezzo e intorno ai camion come insetti che infastidiscono i rinoceronti allo stagno. Aveva i nervi tesi, tremava, ma esaminò persino i meccanici, le cui gambe spuntavano da sotto i veicoli come fossero le zampe di una cavalletta.

Lui non c’era.

Si raddrizzò, sentendo la pancia che affondava in un altro atroce vuoto di terrore che si diffondeva dentro di lei come un crampo. Le venne in mente che poteva averlo mancato; era forse seduto sul muro dopotutto? Si girò di nuovo, decise di guardare solo i “vivi”. Ma anche se morto e a testa ingiù, Mussolini comandava ancora. La sua maglietta macchiata di sangue e perforata dai proiettili gli avvolgeva le spalle e la rigidità lo aveva pietrificato in una postura più ridicola di qualunque avesse mai assunto in vita. Perché questa volta, a differenza del suo rigido, classico, saluto fascista a un braccio, entrambi gli arti erano rigidamente protesi. E era a testa ingiù. Un personaggio della commedia dell’arte, un buffone persino nella morte. O come una delle marionette degli spettacoli al parco quando era bambina. Ma il suo fantasma, si rese conto con profonda irritazione, ossessionerà l’Italia per sempre; il paese non sarà mai realmente libero dall’impostore dalla mascella floscia.

I corpi sopra la sua testa erano sudici, i loro vestiti stracciati e con macchie rosso cremisi. Non ne riconobbe nessuno, e non avrebbe saputo se non parecchio tempo dopo chi erano e che erano stati scelti a caso dalla lista dei prigionieri dei partigiani. Infine, quando fu certa che nessun errore spaventoso aveva collocato il suo amante tra loro, soffermò il suo sguardo sulla donna appesa accanto al duce. In un macabro gesto di pudore, qualcuno aveva legato una vecchia corda intorno alla gonna di Clara Petacci in modo che non ricadesse su di lei. Sgualdrina chiamavano la Petacci; puttana. Prostituta. Ventinove anni più giovane del Duce, aveva solo trentatré anni e in questo giorno, con il viso completamente in vista, e i suoi lucenti capelli scuri che le scendevano giù sulle spalle, Clara Petacci, amante del duce da molto tempo, più che una lucciola sembrava una giovane donna dolce e serena che aveva finalmente ottenuto quello che tutte le donne innamorate desiderano: il loro uomo tutto per sé.

“La troia è morta per prima.”

Sara si girò. L’uomo era alto, dal profilo magro e affilato, e aveva le braccia incrociate intorno al petto. “Quando li abbiamo messi in fila contro il muro, la puttana lo sapeva, e lo ha protetto con il suo corpo mettendosi in mezzo.” L’uomo alzò le spalle. “E quindi più pallottole per lei. Prima che li legassero questa mattina, hanno steso il duce a faccia in su, con la testa appoggiata sulle tette di lei come fosse stato il suo bebè. E gli hanno ficcato in mano il suo bastone. Come fosse il suo biberon. Indossava ancora la giacca.” L’uomo fece un cenno di lato con il capo. “Poi proprio quando stavano per appenderla su, un tizio inglese le ha legato la gonna.”

“Un inglese?” La sua domanda fu immediata. “Un inglese le ha legato la gonna?” Ma poi, quest’uomo come avrebbe potuto riconoscere la differenza tra un inglese e un americano?

“Un inglese.” Sogghignò. “Finocchi, gli inglesi. Tutti maniere e niente palle.”

“Ma…è sicuro che fosse un inglese? Non avrebbe potuto essere un americano?”

“Uniforme inglese, accento inglese. Per me, le avrebbero dovuto lasciare la fica spalancata. Per insegnare a voi donne a stare attente a chi scopate,” disse l’uomo che poi si allontanò senza fretta.

Sara camminò lungo il muro. I partigiani vivi non erano altro che spettatori anonimi dalle mani sporche, l’espressione annoiata e il corpo accasciato. Essendo uccidere un duro lavoro, era sbalorditivo quanti lo apprezzavano. Si sentiva spenta, sminuita dal suo terrore e ormai oltre il dolore. Dov’era quando c’erano stati gli omicidi? Poteva aver fallito nel riportare indietro Mussolini vivo, ma si era almeno avvicinato al Duce? Santo cielo, dov’era? E perché qui non c’era nemmeno nessuno del gruppo di lei? Lena, Peppe, Flavio…o Silvio. Almeno il corriere…

“SARA! SARA!”

Una mano le diede uno strattone alla spalla e lei si girò, ci mise solo un attimo per riconoscere il viso insudiciato, gli occhi neri guardinghi, e i bei caratteri minuti e tristi come appartenenti a Silvio Roncalli. Era il corriere del gruppo; e era solo, a quanto pare. “Sara…,”, disse, accingendosi a abbracciarla, “vieni con me.”

La pena nei suoi occhi la spaventò. “Non ora,” disse, indietreggiando verso uno dei camion. “Devo trovare Simon, devo…”

Lui le prese la mano ma lei la scansò dietro di sé e si aggrappò saldamente al cerchione del camion cercando di trovare stabilità e combattere il fragore nelle sue orecchie.

“Sara…” Stava per continuare, ma iniziò a tossire. Pensò a Lena—Lena Servadio, la sua migliore amica. Lena era la padrona di Silvio Roncalli, e Lena era sicura che Roncalli aveva la tubercolosi, e non faceva altro che ripetere che quando la guerra fosse finita, avrebbe provveduto affinché ricevesse cure adeguate. E era giusto così. Lena doveva prendersi cura di Silvio, era suo dovere poiché lui era il suo fedele servitore e dipendente la cui famiglia si era occupata della proprietà della famiglia di Lena per generazioni. Inoltre, era Silvio che si era preso cura di Lena durante tutta la guerra. Così ora Lena, l’unica Servadio rimasta, doveva prendersi cura di lui—l’unico Roncalli rimasto. Rimanendo così fedeli al codice d’onore della nobiltà secondo la grande tradizione italiana, blaterò Sara tra sé e sé.

La tosse si calmò. “Sono venuto a prenderti,” disse Roncalli quasi senza fiato, “ma Grimaldi ha detto che te n’eri già andata. Sei andata da Lena?”

Non poteva che farla sorridere. Perché sarebbe dovuta andare da Lena?—che detestava Simon—per trovare Simon? E comunque, dov’era Lena? Forse si era rifiutata di venire. Anche Lena odiava le folle, non perché era una solitaria, ma perché era una snob.

“Dov’è Simon?” sbottò Sara.

Silvio Roncalli la fissò come fosse la scema del villaggio. Beh, lui non era estremamente sveglio, giusto? Era veloce, affidabile e leale, un paladino eccellente. Ma non era sveglio. E così si rivolse a lui pazientemente e lentamente, come avrebbe fatto con uno dei suoi piccoli studenti.

“Silvio,” gli disse, “puoi dirmi dov’è, perché ora so tutto. Voglio dire, So perché stava con noi in realtà—perché è stato mandato a lavorare con il nostro gruppo. So perché gli Americani lo hanno mandato. Mi ha detto di Mussolini; mi ha detto tutto, anche se era un segreto. Tu non lo sapevi, vero? Chiaro, ora non è più un segreto, non con quello che è successo.” Fece un cenno con la testa in direzione del Duce.

Roncalli si limitò a guardarla in maniera strana. Come se fossi isterica, pensò Sara; pensa che io sia fuori controllo.

“So che Simon non avrebbe dovuto dirlo a nessuno,” continuò pazientemente, “ma me l’ha detto comunque. So persino il suo vero nome, e so che è di Providence, Rhode Island, America. Non è Roberto Simone, quello è solo il suo nome in codice. Certo, per me sarà sempre Simon, anche se il suo vero nome…”

Aveva esaurito le forze.

Dopo aver fatto un profondo respiro, continuò.

“Non mi è mai, mai importato niente di tutto questo,” disse, gesticolando con il braccio. “Mussolini, la guerra, i partigiani…non sono stata mai come Lena o gli altri, stavo nel gruppo solo perché Lena…perché…quello che mi importa è solo Simon,” terminò flebilmente.

Silvio Roncalli non disse nulla. Ma lo sguardo scioccato e afflitto sul suo viso portò Sara a domandarsi se fosse diventato pazzo. D’altra parte era un contadino, e come tutti i contadini, trattava le donne della sua stessa classe come spazzatura e le donne come lei e Lena come regine. Cavalleria contadina, ecco che cos’era. Lo odio, pensò, in certa misura consapevole che se non avesse respinto lui e la sua odiosa compassione, sarebbe stata la fine; non aveva altra scelta, non nella sua condizione, non con il crampo di terrore che le toglieva il fiato. Una mezza cartuccia inutile, ecco cos’è Silvio Roncalli, pensò. Un corriere qualsiasi. Non sa nemmeno parlare.

“Vieni,” le disse lui con gentilezza e cortesia, allungandole la mano. “Vieni con me.”

La stava forse raggirando? Dov’era il trucco? O veramente la poteva portare da Simon? Forse Simon era ferito e aveva bisogno di lei, forse la stava aspettando da qualche parte lì vicino.

Attraversarono la folla in direzione est, Roncalli davanti e lei che camminava dietro di lui, gli occhi di lei sui suoi riccioli unti che si attorcigliavano sul colletto ingiallito della sua camicia, mentre pensava a come doveva sembrare spaventosa, con i capelli umidi e la faccia smorta, le mani coperte da ruggine e fango. Si strofinò i palmi più e più volte sul suo prendisole a margherite, che all’inizio era stato così fresco, e così pieno di speranza ancora una volta. Era stato l’ultimo dei tanti indumenti del corredo che sua madre aveva ordinato per lei dalla sarta prima che lasciasse l’isola per andare a Milano a intraprendere gli studi all’università. Un regalo speciale da sua madre, mai indossato, nemmeno una volta in tutti quegli anni di esilio milanese. Aveva trascorso anni stipato nella sua valigia sull’armadio, aspettando un’occasione lieta. Dopo aver incontrato Simon appena un mese fa, aveva resuscitato il vestito dalla valigia e era stupita di come serbasse ancora l’aroma della Sardegna: la salvia essiccata, la fragranza quasi di curry di quella calda, arida isola immersa nel sole e nella melanconia. Gli aromi le avevano ricordato quel giorno in cui lei e sua madre avevano camminato dalla sarta fino a casa, ridendo insieme, con il prendisole finito, che sua madre aveva insistito nel portare, fasciato come un bambino in carta crespa bianca.

Una settimana prima aveva lavato e stirato il vestito con cura, con il cuore colmo di gioia. Era sicura che fosse finalmente arrivato il momento, e sua madre da qualche parte era testimone della tanto a lungo attesa felicità di sua figlia. Cos’altro, dunque, avrebbe potuto indossare oggi, se non questo vestito, ora infangato, sgualcito e sudato, ma in ogni caso ancora adeguato a rivestire la sua gioia?

Lei e Silvio erano vicini al posto da cui era entrata nella piazza all’inizio, e tutto a un tratto il vecchio soldato, la patria perduta, la membranza sì car’e fatal, Roncalli e l’anziano veterano si confusero tutti nella sua testa e provo pietà per il corriere. Dopotutto, a Silvio Roncalli rimaneva solo Lena; era così vulnerabile, nient’altro che un’altra vittima. O forse tutti gli uomini erano vittime? Simone, il padre di Sara, Peppe, il capo del gruppo…Persino il pazzo, impeccabile Flavio.

No, decise arbitrariamente, non era corretto. C’erano due tipi di uomini al mondo.

Il primo—gli uomini svegli, furbi, educati—erano i leader, uomini come Simon o come il fratello di Lena, David. O anche Flavio. E quelli erano i peggiori, specialmente se erano brillanti e buoni, perché a quel punto erano condannati a perdere perché vedevano troppo e mai chiaramente. Non riuscivano a separare le idee nelle loro teste dall’amore nei loro cuori, pensare li disorientava e ogni volta facevano confusione. Dunque gli uomini migliori erano quelli del secondo tipo, quelli un po’ ottusi, di buon cuore, gli indistinti, leali, banali fanti nell’esercito dell’amore che rigavano dritto senza fare domande, non provavano a cambiare le cose, non facevano ragionamenti sottili, semplicemente si prendevano cura di coloro che amavano. Senza sofisticherie, senza fedeltà scisse, senza diserzioni nei ranghi, concluse Sara stremata, seguendo Roncalli mentre imbucava una strada laterale.

Il sentiero ombreggiato era lontano dalla calca nella piazza, e camminando tranquillamente dietro Silvio Roncalli,Sara si rese subito conto di come fosse malato. Aveva il viso fradicio e dal colorito terreo, e si sfregava continuamente il petto, come se stesse facendo pompare il cuore manualmente. Alla fine, a metà del sentiero, fu costretto a fermarsi. Sara vide due vecchie sedie da cucina, abbandonate in un angolo. Recuperò una e la avvicinò a Roncalli. Lui la girò e vi si mise a cavalcioni, con la testa abbandonata sulle braccia. “Tieni la testa giù,” disse Sara, accarezzandogli la nuca umidiccia. Le venne in mente che Simon poteva trovarsi in una di queste casette di stucco. Ferito, forse. Avrebbe dovuto porre fine ai suoi pensieri sconnessi e tenere per sé le sue alzate d’ingegno così da potersi prendere cura di lui e aiutarlo a rimettersi. E Lena aiuterà Roncalli, pensò. Il corriere sollevò il capo e prese uno straccio sporco dalla tasca con cui si tamponò la fronte. Fu allora che lei notò le chiazze di un rosso scuro e intenso sulla sua giacca, e distolse velocemente lo sguardo, guardò verso l’alto ai fili del bucato sopra la sua testa da dove lenzuola grigie quanto il viso di Silvio sferzavano l’aria.

“Simon è qui vicino?” Sara si decise a chiedere.

Roncalli scosse la testa.

“Dimmi dov’è,” disse lei, “o dovrò lasciarti qui e andare da Lena.” Lui alzò lo sguardo e le sue guance sudice erano rigate dalle lacrime. “No, no,” le disse, “non devi andare da Lena.”

Così lei prese un’altra sedia e si sedette di fianco a lui. Il sentiero era tranquillo eccetto per una musica di sottofondo che arrivava dalla piazza e le lenzuola sopra, che si gonfiavano come vele giganti. Che coppia improbabile che siamo, pensò Sara, assurda persino. La colta ebrea figlia di un professore nel suo vestito da festa e il contadino tisico nella sua giacca macchiata di sangue. Ma ecco che stava di nuovo oggettivando, nel tentativo di tenere a distanza il panico interiore.

Si mise le mani in tasca e prese uno dei due talismani che Simon le aveva affidato la notte prima di partire—gli oggetti che aveva nascosto nel cassetto del comodino mentre la pioggia batteva sulle serrande.

I bordi stropicciati dell’istantanea incorniciavano una foto di famiglia: madre, padre e due figli che facevano le smorfie sotto al tendone di un negozio che diceva “Panetteria Belbosco”. Avrebbe potuto essere una famiglia qualsiasi di fronte a una panetteria qualsiasi in un posto qualsiasi in Italia. Ma era la famiglia di Simon, e non era l’Italia ma un quartiere italiano che lui aveva definito come Federal Hill, a Providence. Nella foto, era un ragazzo di tredici o quattordici anni, in piedi tra sua madre e suo fratello minore, e era alto quanto i suoi genitori. Ma come lui stesso aveva osservato l’altra notte quando avevano nascosto l’istantanea, ora era almeno un palmo più alto di loro. Simon masticava una mela in quel momento, e Sara si piegò in avanti, e, con un bacio, prese la polpa agrodolce del frutto dalla bocca di lui con la lingua.

L’altro oggetto, la spilla, era un piccolo rubino ottagonale che si annidava nel suo palmo come fosse una bacca. Giocherellò con la catenina d’oro intrecciata a cui era attaccato l’ottagono fino a che le lettere perlate Tau, Beta e Pi furono dritte. Aveva confessato con fare da ragazzino che quello era il nome di una confraternita d’onore del corso di ingegneria al MIT, e lei aveva pensato, è così americano, così infantile. Ma com’era stato affettuoso, il suo respiro caldo sulla guancia di lei mentre le spiegava il significato societario e maschile della spilla. L’aveva desiderato di nuovo dentro di lei in quello stesso momento: senza smancerie, solo lui dentro di lei.

Lui le aveva detto che aveva introdotto di nascosto la spilla e la foto andando contro gli ordini; aveva rischiato la vita per dei semplici oggetti, potrebbe affermare qualcuno. Ma solo quelli che giudicano la realtà in base alle apparenze avrebbero potuto dirlo.

Sembrava che Roncalli ora si fosse appisolato. Forse, pensò Sara, dopotutto era giusto che lei e il corriere dovessero essere insieme qui, in questo momento. Roncalli era stato il primo del gruppo a incontrare Simon, lei la seconda. Inoltre, nonostante le loro differenze, lei e il corriere avevano un’altra cosa in comune: entrambi preferivano il silenzio ai discorsi. E mai, pensò, il silenzio era stato più appropriato che ora. Perché se nessuna parola era udita nel mondo privato e immobile del sentiero, nessun albero era caduto. Ma forse, pensò, Roncalli non era appisolato. Forse stava ricordando, come lei, il quando e il perché e il come di questo lungo mese. Membranza sì cara e fatal. Come la sua stessa memoria scorreva avanti e indietro su di ogni prezioso dettaglio che era stato questo amato mese d’aprile. E il ricordo era il grande consolatore. Ora, per esempio, le dava la pazienza per aspettare in silenzio in questo sentiero con l’insolito uomo al suo fianco mentre lei pensava alle settimane trascorse. Avevano segnato la sua rinascita. L’amore aveva bussato alla sua porta e lei era stata felice—piena di gioia—per la prima volta da quando era iniziata la guerra. C’erano state anche altre rinascite in questo mese: di una stagione,; di una nazione; di un continente. Forse--perché no?—dell’umanità stessa. E da un momento all’altro, l’uomo esile e malaticcio al suo fianco avrebbe parlato e colmato i vuoti; avrebbe rivelato come l’appassionata sfilata era terminata con questa coppia assurda, sola in una dimenticata stradina in questo luminoso, penultimo giorno del mese di aprile.

2 comments:

  1. Ho letto e mi piace sia l'ambientazione che questa atmosfera di tensione e di attesa.

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